Un altro buon motivo per mollare Letta e andare a votare
Berlusconi è imprescindibile per definizione, dunque bisognerebbe prescindere da Berlusconi. Chi in questi vent'anni lo ha votato, sostenuto, aiutato a essere quel che è e anche qualcosa di diverso, chi lo ha decrittato, chi lo ha servito senza servilismo, perché il Paese era stato gettato in un pozzo nero dai forcaioli e la sua sorridente follia serviva alla risalita, non vuole una discussione di corte.
18 AGO 20

Pubblichiamo l'editoriale di Giuliano Ferrara apparso domenica sul Giornale
Berlusconi è imprescindibile per definizione, dunque bisognerebbe prescindere da Berlusconi. Chi in questi vent'anni lo ha votato, sostenuto, aiutato a essere quel che è e anche qualcosa di diverso, chi lo ha decrittato, chi lo ha servito senza servilismo, perché il Paese era stato gettato in un pozzo nero dai forcaioli e la sua sorridente follia serviva alla risalita, non vuole una discussione di corte.
Io, per esempio sono convinto che le elezioni non sono un'apocalisse, è la solita baggianata che ci rifiliamo poco prima di convocare i comizi, così, per spirito melodrammatico e per interessi di establishment piccini piccini. Sono convinto che il semestre europeo è una buggeratura, nessuno è in ansia per la presidenza italiana, che farà più o meno quel che fa la presidenza lituana, mettere qualche etichetta su qualche ufficio a Bruxelles, visto che tutti sanno che i poteri finanziari e burocratici e politici risiedono altrove, non certo nella capacità di fare agenda di Paesi sotto amministrazione controllata. E se proprio uno ci vuole credere, meglio la presidenza di un Paese che ha fatto i suoi conti elettorali ed è guidato da un esecutivo con un mandato chiaro e popolare. Sono anche scandalizzato, pur avendo appoggiato l'idea realistica di varare il governo di larga coalizione, dallo spirito lettiano e ministeriale di piccola squadra, di spogliatoio, di confabulazione e affabulazione senza interesse, tra palle d'acciaio e tirare fuori l'Italia dall'emergenza e riforme improponibili in questo contesto.
Capisco l'inner circle di Berlusconi, che vuole stabilità per le aziende come volle il governo dei tecnici senza elezioni nel novembre del 2011, e che tiene come me a un sigillo di pace e non di guerra e persecuzione da apporre agli ultimi vent'anni. Penso però che il voto risolverebbe i problemi al meglio. Berlusconi oggi sarebbe più rispettato e temuto come capo dell'opposizione a un governicchio transfuga o come capo di un'ala dell'elettorato in mobilitazione che come strano soggetto e interlocutore di una maggioranza che ha deciso di prescindere da lui, come se i suoi casi fossero un fatto personale. Ma tutte queste sono opinioni, non devono essere legacci ai quali incatenare il Gulliver dell'Italia di destra o di centrodestra. Faccia quel che crede, si prenda i suoi tempi visto che è indeciso, scelga per il meglio, visto che la pelle è sua ed è cresciutello abbastanza per fare un gran casino in una pozzanghera, come sempre, e poi tirarsene fuori per i capelli. Finora è sempre andata così.
Il problema dunque non è tirare il Cav dalla propria parte, lodarlo insinceramente, scortarlo, issarlo e duplicarlo come fosse El Cid Campeador alla testa di eserciti contrapposti. Il problema su cui si misura la forza, anche l'intransigenza, e la malizia, l'intelligenza di una classe dirigente è il discorso che si è in grado di fare a un grande Paese come l'Italia, in grave affanno, in un contesto europeo e mondiale, di fatti e di idee, che reclama cambiamenti decisivi, sennò è deflazione e ce la teniamo per vent'anni. E allora. Invece di fare la conta di un'assemblea di partito che non si sa se si terrà mai, fino all'ultimo minuto, e in cui non si sa che cosa veramente Berlusconi ha intenzione di dire, se mai abbia maturata un'intenzione ferma, la destra italiana o il centrodestra farebbe meglio a disfarsi e ristrutturarsi nelle sue vere correnti di tensione o componenti.
Abbiamo una specie di Tea party di casa nostra? C'è una vera ansia di lotta per ridurre le pretese e le responsabilità opprimenti dello stato fiscale? Invece di giocare a ping pong con l'Imu, si dica con certezza politica, combattività, rivolgendosi agli italiani e non al partito, di cui agli italiani frega quasi nulla, quale è la strada da imboccare. Dove si taglia la spesa. Che cosa lo Stato deve tassativamente vendere e privatizzare, e con quali alleanze sociali e politiche nell'establishment che resta in questo Paese e in Europa. Ci si mobiliterà per un piano di riforme che solo può giustificare la battaglia europea dell'Italia e di altri contro l'austerità rigorista e contro le pretese egemoniche di Bundesbank e della Cancelleria di Berlino. Si vuole costruire un partito nuovo, meno effimero dell'alleanza da cui sono venuti i guai noti, chiamata Pdl? E allora si progetti il fund raising perché questa formazione sia autonoma, si mobilitino gli imprenditori e le forze capaci di finanziare una politica vera e attiva. Non si può vivere facendo la giostra intorno agli uffici di Forza Italia e ai gruppi parlamentari, con la conta quasi quotidiana di fedeltà e ingratitudini. Così finisce a schifio.
I ministeriali se la tirano. Dicono che il Cav alla fine è con loro, per la stabilità. Ma la sfida non è aggregare per vero o per finta Berlusconi a una squadretta che vegeta. La sfida sarebbe che il ministro delle Riforme tirasse fuori qualche idea di combattimento e legasse il carro del governo e la sua agenda a veri orizzonti di cambiamento sulla legge elettorale e l'architettura di un nuovo sistema politico. Così gli italiani capirebbero di che si tratta. La legge di Stabilità dovrebbe essere discussa in pubblico, non solo nelle commissioni parlamentari, sottoposta a screening politico, non solo alla curatela del ministro tecnico dell'Economia.
Io, per esempio sono convinto che le elezioni non sono un'apocalisse, è la solita baggianata che ci rifiliamo poco prima di convocare i comizi, così, per spirito melodrammatico e per interessi di establishment piccini piccini. Sono convinto che il semestre europeo è una buggeratura, nessuno è in ansia per la presidenza italiana, che farà più o meno quel che fa la presidenza lituana, mettere qualche etichetta su qualche ufficio a Bruxelles, visto che tutti sanno che i poteri finanziari e burocratici e politici risiedono altrove, non certo nella capacità di fare agenda di Paesi sotto amministrazione controllata. E se proprio uno ci vuole credere, meglio la presidenza di un Paese che ha fatto i suoi conti elettorali ed è guidato da un esecutivo con un mandato chiaro e popolare. Sono anche scandalizzato, pur avendo appoggiato l'idea realistica di varare il governo di larga coalizione, dallo spirito lettiano e ministeriale di piccola squadra, di spogliatoio, di confabulazione e affabulazione senza interesse, tra palle d'acciaio e tirare fuori l'Italia dall'emergenza e riforme improponibili in questo contesto.
Capisco l'inner circle di Berlusconi, che vuole stabilità per le aziende come volle il governo dei tecnici senza elezioni nel novembre del 2011, e che tiene come me a un sigillo di pace e non di guerra e persecuzione da apporre agli ultimi vent'anni. Penso però che il voto risolverebbe i problemi al meglio. Berlusconi oggi sarebbe più rispettato e temuto come capo dell'opposizione a un governicchio transfuga o come capo di un'ala dell'elettorato in mobilitazione che come strano soggetto e interlocutore di una maggioranza che ha deciso di prescindere da lui, come se i suoi casi fossero un fatto personale. Ma tutte queste sono opinioni, non devono essere legacci ai quali incatenare il Gulliver dell'Italia di destra o di centrodestra. Faccia quel che crede, si prenda i suoi tempi visto che è indeciso, scelga per il meglio, visto che la pelle è sua ed è cresciutello abbastanza per fare un gran casino in una pozzanghera, come sempre, e poi tirarsene fuori per i capelli. Finora è sempre andata così.
Il problema dunque non è tirare il Cav dalla propria parte, lodarlo insinceramente, scortarlo, issarlo e duplicarlo come fosse El Cid Campeador alla testa di eserciti contrapposti. Il problema su cui si misura la forza, anche l'intransigenza, e la malizia, l'intelligenza di una classe dirigente è il discorso che si è in grado di fare a un grande Paese come l'Italia, in grave affanno, in un contesto europeo e mondiale, di fatti e di idee, che reclama cambiamenti decisivi, sennò è deflazione e ce la teniamo per vent'anni. E allora. Invece di fare la conta di un'assemblea di partito che non si sa se si terrà mai, fino all'ultimo minuto, e in cui non si sa che cosa veramente Berlusconi ha intenzione di dire, se mai abbia maturata un'intenzione ferma, la destra italiana o il centrodestra farebbe meglio a disfarsi e ristrutturarsi nelle sue vere correnti di tensione o componenti.
Abbiamo una specie di Tea party di casa nostra? C'è una vera ansia di lotta per ridurre le pretese e le responsabilità opprimenti dello stato fiscale? Invece di giocare a ping pong con l'Imu, si dica con certezza politica, combattività, rivolgendosi agli italiani e non al partito, di cui agli italiani frega quasi nulla, quale è la strada da imboccare. Dove si taglia la spesa. Che cosa lo Stato deve tassativamente vendere e privatizzare, e con quali alleanze sociali e politiche nell'establishment che resta in questo Paese e in Europa. Ci si mobiliterà per un piano di riforme che solo può giustificare la battaglia europea dell'Italia e di altri contro l'austerità rigorista e contro le pretese egemoniche di Bundesbank e della Cancelleria di Berlino. Si vuole costruire un partito nuovo, meno effimero dell'alleanza da cui sono venuti i guai noti, chiamata Pdl? E allora si progetti il fund raising perché questa formazione sia autonoma, si mobilitino gli imprenditori e le forze capaci di finanziare una politica vera e attiva. Non si può vivere facendo la giostra intorno agli uffici di Forza Italia e ai gruppi parlamentari, con la conta quasi quotidiana di fedeltà e ingratitudini. Così finisce a schifio.
I ministeriali se la tirano. Dicono che il Cav alla fine è con loro, per la stabilità. Ma la sfida non è aggregare per vero o per finta Berlusconi a una squadretta che vegeta. La sfida sarebbe che il ministro delle Riforme tirasse fuori qualche idea di combattimento e legasse il carro del governo e la sua agenda a veri orizzonti di cambiamento sulla legge elettorale e l'architettura di un nuovo sistema politico. Così gli italiani capirebbero di che si tratta. La legge di Stabilità dovrebbe essere discussa in pubblico, non solo nelle commissioni parlamentari, sottoposta a screening politico, non solo alla curatela del ministro tecnico dell'Economia.
Insomma. Parlare agli elettori, che comunque alle Europee dovranno votare, e preparare il terreno a un confronto effettivo con la leadership di Renzi, che per adesso sta facendo gli stessi errori di timidezza, di introversione e di politicismo che si vedono nella destra berlusconiana o diversamente berlusconiana. Forza, fuori dalla corte del capo, che si mettano quelli ancora vivi in pasto a un Paese in crisi per tirare fuori la sua unica ricchezza, idee e propositi non superstiziosi, non flebili, per riscattare questa mortifera palude.
Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.
